martedì 12 dicembre 2017

Gatti cani cacche e coleotteri

questa è la Guendy
questa è la Pipa che aspetta di entrare
11 dicembre 2017, l'altro ieri faceva un freddo cane e cadevano dal cielo palline di ghiaccio, non proprio neve e non proprio grandine, di notte ha fatto -4° . Oggi c'è un vento caldo a raffiche continue e fa 14°. Praticamente 20° gradi di escursione termica da un giorno all'altro, quasi senza passaggi intermedi. La Secchetta, la nostra nuova gattina grigia e bianca, arrivata in estate, mi fa compagnia distesa dietro il computer. L'altra, la Cacciatrice, arrivata anche lei in estate, è sul divano. Lama Fulmine e la Guendalina sono in poltrona e la Pipa, che vive qui da anni ma non si è mai adattata, è nascosta da qualche parte. Oggi si parla di cacca. La Pipa si chiamerebbe Ipazia, come la filosofa, ma è troppo difficile, poi se uno la vede capisce che non è un'Ipazia, ma proprio una Pipa, è rimasta piccola e compatta, panciona, con la pelliccia tigrata color lepre, con la coda storta corta e piegata, praticamente annodata, e la mia figlia più giovane dice che, non bastasse questo, ha il prognatismo inferiore. Non si è mai integrata nella comunità dei gatti e la Guendy, il nostro capogatto, che ha l'aspetto di un pugile, le da la caccia. La Pipa ha una speciale abilità nello schizzarti fra le gambe appena socchiudi il finestrone e una volta in casa si infila negli armadi, in una scatola dei golf a cui manca uno sportello, e in altri posti che non ti immagini. A volte vado a prendere qualcosa in quella scatola e trovo peli e sporco, per un attimo penso di essere matta ad aver riposto la roba così sudicia, poi capisco. Ogni tanto in casa la Pipa incontra la Guendy e per qualche minuto è guerra totale. Caccio la Guendy, perché la Pipa non si fa cacciare, sparisce e si nasconde, e torna la calma. Nella stagione buona dorme fuori, ma quando fa freddo è quasi impossibile stanarla di casa. C'è una cassetta con la sabbia per la notte ma la Pipa preferisce la nostra vasca da bagno, nel punto vicino allo scarico (gentilmente) dove lascia delle grosse cacche ben formate e compatte, per fortuna, che rimuovo quando mi alzo e poi sanifico. Mauro è vicino a odiarla. La Pipa ha, a volte, delle dimostrazioni di affetto, la mattina presto, quando ha trascorso la notte in casa e è particolarmente contenta e grata, allora salta sul nostro letto, fa le fusa molto forte e se proprio è in vena la massima espressione è strusciarsi sui miei capelli e morderli e strapparli con forza. 

Anche la Holly fa la cacca, ci mancherebbe, ma la fa fuori, in giardino. Anche a lei piace abbastanza farla in mezzo ai passaggi, così si rischia di pestarla. Ultimamente sono caduta e mi son fatta abbastanza male, tanto da non poter andare al lavoro, e poi a distanza di un mese sono stata operata per una piccola cosa. Come sto? Benino, grazie. Per la mia assenza in giardino sono rimaste parecchie cacche della Holly e è venuto qualcuno, un coleottero nero, piuttosto rotondo e lucido, a smontarle. Fa una galleria sotto la cacca e piano piano la smonta e la porta sottoterra, credo che poi ci faccia le uova e quello sia il cibo dei uovi nati. Sapevo di quell'altro che fa le palline di cacca, lo scarabeo stercorario, questo sarà un parente. La cosa bella è che rimangono delle piccole montagnole di terra, senza più cacca. E' proprio così, in natura gli scarti di uno sono cibo per qualcun altro e niente va perso. Parecchio più intelligenti di noi.

giovedì 9 novembre 2017

Olive 2017


Per quel che ci riguarda il titolo del post è "niente olive 2017". Qualche giorno fa, prima della pioggia, siamo andati  a fare una passeggiata con la Holly, sopra il paese. La strada passa fra gli oliveti assetati e c'erano persone che coglievano le olive,.. appena dopo metà ottobre. Ho avuto di nuovo questa sensazione di fine del mondo che mi accompagna da un pezzo, che non posso sempre raccontare... bisogna pensare che quando i miei comprarono l'altro podere i contadini cominciavano la raccolta l'8 dicembre. Si inizia per l'Immacolata, dicevano. Ma era tardi, le olive erano molto mature o già cadute e mia madre, che si occupava lei del podere, decise di iniziare i primi di novembre, per i Santi. In quei giorni le olive cominciavano a invaiare, cioè a passare dal verde al nero, ma siccome avevamo 400 olivi e eravamo pochi a cogliere, si cominciava presto e la raccolta durava quasi un mese. Se ne ricavava un olio molto verde, un pò piccante, profumato, buono, di cui mia madre andava giustamente orgogliosa, perché già nel 1970, prima di tutti gli Slow food, aveva la mania della qualità. Iniziare la raccolta prima significava perdere qualcosa nella resa dell'olio e guadagnare nella qualità.  Quest'autunno 2017 di olive ce ne sono poche, noi che siamo in una posizione appena più difficile non ne abbiamo. Questi che sono sul crinale dove si vede Lignano e tutta la piana, e primo fra tutti il paesino di Oliveto, sulla sinistra in alto, questi le olive ce le hanno e sono già nere. Olive mature al 15 di ottobre. Quel pomeriggio coglievano in mezze maniche e dovevano ripararsi dal sole. Noi coglievamo imbacuccati e con le mani intirizzite, sotto un sole che scaldava solo nelle ore centrali del giorno. Siamo in pieno cambiamento e non sappiamo dove stiamo andando.


Tornando verso casa il sole era già all'orizzonte e cominciava far freddo, nei campi gialli tre uomini ripulivano dalle foglie le olive raccolte nei teli: uno era un anziano del paese, autoctono. Gli altri due erano uomini di pelle scura, probabimente Bangladesh, o Pakistan o qualcosa del genere. Così come non avevo visto cogliere mai tanto presto, non avevo nemmeno mai visto cogliere uomini di colore. I tre lavoravano in assoluto silenzio, senza scambiarsi una parola. Mi è sembrata una visione "impossibile", come quando mettono nei presepi personaggi dell'attualità. Mi si è stretto il cuore. La raccolta delle olive era occasione di festa e di chiacchiere, magari anche inutili. Si sentivano le voci negli oliveti, alte, ché noi italiani non parliamo di sicuro a bassa voce. Si sentiva ridere! Ma quei tre non avevano niente da scambiarsi, neanche forse poche parole comuni. Gli uomini neri forse pensavano a manghi e papaie, a campi di riso... e invece gli toccava lavorare intorno a piante aspre dalle foglie grigie e taglienti, arrotolate per la sete, e raccogliere frutti piccoli e lucenti, amari al gusto...che ne sanno quegli uomini che la dea Atena in persona aveva in mano una fronda d'olivo? Portò l'olivo in dono agli ateniesi, secondo il mito. Che l'olivo compare nella tradizione cristiana? 



Ora arrivano negli oliveti questi altri uomini, con altre storie mitiche nella testa, che gli olivi non li hanno mai visti e fra poco ne sapranno più dei giovani locali, completamente disinteressati, nella maggioranza. Non so se chi legge capisce lo sconcerto che provo: quando il cambiamento è arrivato alla terra è, come dire, compiuto. Il cambiamento parte dalla terra, terra dell'Asia, dell'Africa, e cammina tanto fino ad arrivare da noi, negli oliveti, negli aranceti del sud, nei campi immensi di pomodori. Poi ci sarebbe tutto il discorso sulle retribuzioni, sulla giustizia...
Metto qui qualche foto che ho fatto io, foto di questo autunno 2017. La più bella per me è questa con la perla d'acqua, l'acqua temuta e desiderata, posata sul tappeto di azolla, galleggiante sulla vasca dei pesci. Un piccolo universo effimero e meraviglioso, come questo mondo che si trasforma.

lunedì 16 ottobre 2017

Metà ottobre: un giardino mezzo morto e Azolla caroliniana

la vasca con quello che resta delle ninfee e il tappeto di azolla






Metà ottobre. Ancora tutto secco. Un solo acquazzone ha dato al giardino e alla campagna un aspetto un pò meno assetato, come chi da un goccio d'acqua a un moribondo. Pensate a un malato grave che è stato lavato e pettinato, rimesso dritto a sedere sul letto, aggiustati i cuscini e gli hanno detto di sorridere. Il mio giardino ora è così. Sembrerò esagerata, ma bisogna esserci per capire. Gli astri settembrini sono di solito la meraviglia della stagione, ma quest'autunno sono rimasti stenti e hanno faticato a fiorire. Carlo Pagani, il maestro giardiniere, dice di cimare le varietà alte, perché così si evita di avere piante troppo allungate, pelate e secche al piede, che si accasciano sotto il peso dei fiori. Io ho cimato solo alcuni cespi che però, nonostante le annaffiature, sono rimasti bassissimi e fioriscono radi. Le dalie si sono bloccate come in un fermo immagine e fioriscono ora, pochino, ma bello!  Ne ho ritrovata una che credevo di aver perso, gialla a ponpon. Ne sono felice, tante sono le piante perdute per il grande caldo. Gli anemoni del Giappone che facevano una distesa sotto il noce sono quasi spariti, ci sono solo due fiori aperti. L'eleagnus ebbingei, che proprio ora doveva spargere il suo buon profumo, si è in gran parte seccato. Ho preso coraggio e ho cominciato a pulire, tagliare e potare come un boscaiolo. Ora il malato (il giardino) è almeno un pò più in ordine. Già l'ordine fa bellezza, come ho detto altre volte. Viene voglia di abbandonare tutto, sinceramente, anche se non potrei vedermi in una casa senza terra, mi annoierei a morte. E poi sono abituata a stare a contatto con la vita, anche se sofferente. 
Solo le salvie microphilla messicane, soprattutto la Hot Lips che mi regalò la mia amica Loretta,  fioriscono vivacissime e portano speranza. 
La vasca dei pesci si è coperta di un tappeto verde brillante: è la azolla caroliniana, una piantina che vive sulla superficie dell'acqua. E' arrivata con un loto: il loto è morto e lei è vivissima. Non ho un gran feeeling con i loti, non riesco a farli sopravvivere ed è davvero strano, perché sono molto resistenti. Il problema è che l'azolla copre tutta la superficie della vasca e bisogna toglierla continuamente. L'acqua con tutte le sue profondità e i riflessi non si vede più e i pesci si affacciano qua e là attraverso il tappeto di foglioline. Non sappiamo più quanti sono, se ci sono state vittime anche fra di loro, non dimentico che l'estate scorsa venne l'airone e magari è tornato e non ce ne siamo accorti...La primavera ci aveva portato via i due gatti neri fratelli, Roger e Orazio. Sono spariti e ancora mi fa male il cuore. 
In estate Gaia, la mia figlia più piccola, ci ha portato due gattine nuove. Una è bianca con delle macchie tigrate e l'altra è grigia come un certosino e bianca. La prima è più selvatica, ancora non le ho trovato un nome definitivo, un giorno che ha portato un serpe l'ho chiamata Cacciatrice, ma siccome ha occhi e comportamenti da Elfa, penso che la chiamerò così. La seconda è uno di quei gatti che sembrano un regalo del cielo per la gentilezza e la capacità di consolarti. Ha l'aspetto di una divinità egizia, Bastet, ma mia figlia ci ha studiato e ha detto che era piuttosto Sekmet, un'altra personificazione di Bastet, poi è venuta la Paola e ha detto che era troppo difficile e impegnativo, e siccome la bestiola è lunga e magrolina andava bene Secchet, altro che Sekmet. Fuori, all'aperto, la Sekmet, o Secchet, è meno attrezzata di quell'altra. Più dotata per le relazioni interspecie, con la Holly e gli umani, e meno preparata per la vita all'esterno.Va intorno alla vasca e prova a salire sulle foglie di ninfea, e crede che il tappeto di azolla sia erba. Questa è una cosa che ha fatto affogare parecchie persone nelle paludi, che credevano di poter camminare sul tappeto verde che sembra fitto e compatto e ci sprofondavano dentro. La piccola Secchet ha fatto lo stesso e è caduta tre volte nella vasca. E' uscita dall'acqua sempre da sola  e speriamo tanto, io e Mauro, che abbia imparato che non si fa.

martedì 3 ottobre 2017

fine estate 2017

 Era piovuto bene una notte, il fine settimana del 16/17, Mauro era a Torino per aiutare nostra figlia nel trasloco e io non riuscivo a dormire. Ascoltavo la pioggia scendere, rada, fine, sulla terra secca e assetata da mesi. Poi è aumentata l'intensità, la sentivo battere sul tetto e venire giù a scroscio, anche con qualche tuono. Io e la Holly abbiamo fatto il giro delle prese di corrente, abbiamo staccato tutto quello che poteva bruciarsi con un fulmine grosso e vicino. Mi sono addormentata intorno alle 4,30 al suono dell'acqua che scendeva, più forte, più piano, e colava via nelle grondaie, un bel suono, non spaventoso come certe volte, il suono di qualcosa che torna normale, di forze che tornano al loro posto. La mattina dopo le piante non avevano ancora ripreso, erano come persone che sono state per tanto tempo torturate e non credono che è finita.  Ma nelle ciotole dei gatti e nei sottovasi, perfino nell'annaffiatoio che avevo lasciato vuoto, c'era un bel pò di acqua. La vasca dei pesci si era riempita quasi fino all'orlo. Si dice che è piovuto parecchio, ma poi se si va a vedere con la vanga, appena sotto dieci centimetri  la terra è ancora asciutta, ma non importa, è un inizio e tutto ricomincia a tornare normale. Per vedere un piccolo miglioramento ci sono voluti un paio di giorni. Piccolo piccolo.  E' stata un'estate bastardissima. Stamani, dopo la pioggia fine di stanotte, un'erbina fine e molto verde si vede nel pratino qui davanti, che era diventato un'aia di terra battuta. La Holly ci si sdraiava e poi voleva entrare in casa ed era tutta impagliata, coperta di minuscoli pezzetti di erba secca, come se fosse uscita da un pagliaio. Qualche volta quando rifiutava di scrollarsi le ho passato la pelliccia con la scopa, per evitare di avere anche il pavimento impagliato. La sternbergia, questo fiore giallo del primo autunno, che ha un nome impegnativo ma tutti ce l'hanno, è fiorita solo dopo diversi giorni dalla pioggia vera. I suoi bulbi avevano bisogno di bere prima di rispondere all'orologio stagionale. Non ci sono tanti fiori in giro, i settembrini sono rimasti fermi, i gerani si muovono ora, solo le resistenti salvie microphilla si coprono di fiorellini. E anche, per essere giusti, il ceratostigma di Griffith.  Per il resto il giardino, (non so se posso più chiamarlo così), è un campo di battaglia con molti morti ancora insepolti, e la Lori, cioè io nella veste di operaia, ha poca energia per togliere i cadaveri, potare i feriti, eliminare gli sciacalli, (rovi e compagni) che si approfittano dei malanni delle altre piante. Mi sono chiesta parecchie volte, durante l'estate, se ho davvero voglia di continuare a vivere in un mondo così, e di affrontare un'altra stagione come questa. Poi, per fortuna, ci sono anche buone notizie.

martedì 12 settembre 2017

Acqua: il lago Lod




Questo è un piccolo lago vicino al paesino di Chamois, Valtournenche. Ci siamo stati a luglio e quel giorno era con noi la nostra figlia maggiore, con me e col suo babbo, è lui che ha fatto queste foto. Questo è uno degli aspetti dell'acqua rasserenante, rinfrescante solo a vederlo. Qui l'acqua la stiamo ancora aspettando, dopo un'estate terribile che ha bruciato i boschi di querce tanto che sembra che ci sia passato qualcuno con un lanciafiamme. Senza contare quelli che hanno appiccato gli incendi in giro, anche qua vicino. Non ho parole per definirli.  E' capitato che mentre Mauro annaffiava l'orto arrivassero cinghiali a cercare un varco nella recinzione, senza alcun timore. Per avere cibo, soprattutto i pomodori, per idratarsi, perchè in giro non c'era più acqua da nessuna parte. Una sera è venuto un piccolo capriolo. Sono arrivata a casa dopo mezzanotte dal lavoro e Mauro era ancora turbato dalla visita del capriolino che era rimasto davanti al cancello a belare, a chiamare proprio lui, a chiedere aiuto. Era solo e dopo un pò se ne è andato, e poi il veterinario ci ha detto che sembrano soli ma c'è la madre nei pressi e speriamo che fosse così, perché a me e a lui ci è rimasta l'idea che avesse bisogno di aiuto e che avremmo dovuto prenderlo e dargli da bere, ma dopo la madre l'avrebbe rifiutato sentendo l'odore dell'animale uomo. Non fare, omettere, stare in silenzio, mi pare che da un pò sia per molte cose la scelta migliore. Anche se ci si sente esplodere per le cose da dire e da fare. Il più delle volte parlando si innesca una polemica anche se non se ne ha l'intenzione, che attira i frustrati, i violenti, gli incazzati per mestiere, e allora è meglio tacere, tanto alcune persone non vogliono ascoltare nessuno, solo la propria rabbia. Non mi riferisco alle persone vicine o ai familiari. Qui anzi siamo tornati ad ascoltarci con più attenzione. Per fortuna.

domenica 27 agosto 2017

Acqua: "le gouffre des bousserailles"


la mia bella figlia





Questa estate dannata che spero si concluda presto mi lascia consapevole di quanto l'Acqua è sacra. Questo è il primo di alcuni post di ringraziamento per l'Acqua.


Tornando dal Cervino dopo una passeggiata molto faticosa abbiamo visto lungo la strada dei cartelli con l'indicazione "Gouffre des bousserailles", e anche in italiano "Il gorfo" e " le marmitte dei giganti". Visitate le marmitte dei giganti! Si poteva anche mangiare...di solito, quando ci sono tutte queste indicazioni, poi non c'è niente che vale la pena vedere e invece già il posto, appiccicato alla costa della montagna, era bello. Ricordava certi luoghi di San Francesco, la Verna, Monte Casale, le Celle, dove la natura rimanda all'idea di un progetto e di un Buon Dio creatore.
Le marmitte dei giganti sono delle conche molto regolari scavate dall'acqua, pentole per  esseri giganteschi e magici, poi, da una porticina in un muro di pietra, si accede al "Gorfo", per due euro. Sono troppo scettica! Credevo che dietro a porticina non ci fosse niente di interessante...Le gouffre des bousserailles è un luogo davvero sorprendente, un piccolo orrido, credo si dica così, scavato dal torrente che scende dai monti. Le foto parlano da sole.





martedì 8 agosto 2017

Canto piano (Plain song) e la Maria Luisa Cucinelli

  




Il 26 luglio abbiamo perso una delle amiche più care, la Maria Luisa Cucinelli. Riesco a scriverne solo ora. Se ne è andata nel sonno e tutte noi speriamo che non se ne sia accorta. Era malata da parecchio e piano piano era diventata quasi del tutto dipendente dagli altri. Nonostante questo andava a lavorare al mattino accompagnata in auto e spesso restava anche nel pomeriggio. Arrivata a casa andava a dormire, perché stare tante ore in carrozzina con una limitata capacità di muoversi era molto faticoso. Quando chiedevo se non era il momento di andare in pensione, che nel suo caso ce l'avrebbero mandata subito, diceva che almeno aveva una buona ragione per alzarsi dal letto, la mattina, visto che si occupava, come medico, di dipendenze. Si appassionava ai pazienti e alle loro storie e cercava di fare il possibile per essere d'aiuto. L'ha fatto fino alla fine.
Le volevo, le voglio, molto bene. Quando ebbe il primo segnale della malattia  capii di che si trattava e vidi cosa l'aspettava: mi sembrò impossibile il futuro senza di lei, e provai un grande dolore che mi accompagnò per molto tempo.  Negli anni c'è stato questo lungo declino del corpo, ma non della mente. Leggeva tanto e una volta mi suggerì un libro: "Apnea", la storia vera di un giovane che diventa tetraplegico dopo un incidente con gli sci. Leggendolo capii che stava cercando di comprendere, e far comprendere anche a me, cosa l'aspettava negli anni a venire, cosa significava farsi fare tutto dagli altri, essere dipendente, se la vita poteva conservare un gusto da assaporare, se poteva valere la fatica, come ci si poteva attrezzare. Lo faceva con gli occhi aperti, con grande razionalità. Gli ultimi tempi non riusciva nemmeno a leggere perché non vedeva più bene. 

Quando già usava le stampelle da un pò feci un sogno. Eravamo in una pineta ed era una notte luminosa, camminavamo su un sentiero per arrivare al mare e lei mi precedeva con le stampelle, molto più veloce di me. Arrivate alla spiaggia, dove c'erano altre persone allegre e alcune facevano il bagno, ci sedemmo insieme sotto le stelle a guardare il mare, che era scuro, calmo e luccicante: bellissimo e vivo. Lei era felice di esser lì e anche io. Al risveglio mi sembrò di aver sognato un'immagine della fine della vita...

 Eravamo, siamo, un gruppetto di donne rimaste amiche dal liceo. Le altre da prima, un paio erano state insieme dalle elementari. Ad un certo punto abbiamo fatto uno sforzo per ritrovarci, quello sforzo che si fa all'inizio per una cosa che ci fa bene, ma anche un pò fatica, per via dei ritmi e degli impegni di tutte, poi è tornato ad essere solo un piacere e un bisogno. 
Quest'estate ho letto "Plain song" di Kent Haruf. Il traduttore dice della difficoltà di rendere il titolo in italiano, tradotto alla fine con "Canto della pianura". Certamente una scelta ottima, eppure, come succede con l'inglese, Plain song, dice il traduttore, suggerisce molte cose ed è difficile renderle tutte. L'idea di un canto della pianura, e la vastità, la solitudine, la libertà della pianura e insieme la difficoltà, ma anche il dono di incontrarsi,  in spazi grandi ( la vita?) dove ci si trova a essere sempre in qualche modo distanti. Suggerisce anche l'idea del canto piano, o canto a cappella, senza strumenti d'accompagnamento, spesso polifonico. Plain song è tutto questo e si capisce che l'italiano rispetto a queste immagini è riduttivo. Il nostro "plain song" è ciò su cui mi fermo oggi. Eravamo come un coro di voci, tutte diverse, alcune a volte dissonanti. Ci eravamo trovate a scuola, per caso, si può dire, ma alcuni negano che esista il caso. Io lo ringrazio per avermi fatto incontrare queste amiche, queste anime affini, ma neanche troppo, queste persone disposte a volermi bene. C'è chi resta solo una vita intera. Insieme veniva fuori un  canto armonico, per l'affetto che ci lega, ed ora una voce manca. Incontrarsi era sempre consolatorio, sempre utile, tornavi sempre a casa con il cuore caldo. Eri stata accettata, compresa anche solo col silenzio, perdonata per gli errori se c'era bisogno, aiutata a capire. Come faremo senza la Luisa? Come si trasformerà il nostro canto piano, il nostro plain song? Davvero non so. In questi giorni, parlando fra noi di tutte le cose di cui parliamo, figli, mariti, libri, cani e gatti, il lavoro, i colleghi, il mondo, ogni tanto abbiamo parlato della Luisa come se fosse ancora con noi, viva. "Questo bisognerebbe chiederlo alla Luisa." "Questo libro ( o film) piacerebbe alla Luisa."

Poi una di noi l'ha sognata.
 Mi ha chiamato per dirmelo. Ha sognato che la Luisa le ha telefonato dall'aldilà, o da dove si trova ora, e che lei era sospettosa e le ha fatto delle domande su cose accadute quando erano piccole: se avesse risposto correttamente sarebbe stata certa che era proprio lei. Ma non ha voluto rispondere; invece, un pò scocciata per essere stata messa alla prova, le ha dato una serie di indicazioni, col tono direttivo che ricordiamo bene. Infine ha detto che avrebbe richiamato. Io e quest'altra amica chiedevamo spesso il parere della Luisa, ma ne eravamo anche intimorite, per il rigore, e anche perché non ce ne lasciava passare mezza. D'altra parte un parere è interessante se te lo da una persona capace di esercitare il senso critico. In me si era come saldata col mio giudice interiore. L'altra, quella che l'ha sognata, mi aveva chiesto in questi giorni "Tu credi che ci giudicasse?"
"Ma no!-ho detto io- Era solo che voleva il meglio per noi, e che non ci mettessimo nei guai, che non facessimo cose di cui ci saremmo pentite."
Quando la mia amica si è svegliata non ricordava niente degli "ordini" che la Luisa le aveva dato, solo il tono della voce e una specie di impazienza, perché tutti sappiamo che è complicato telefonare dall'aldilà. Abbiamo riso finalmente e io ho detto che ero contenta che la Luisa si fosse "fatta viva". Poi mi sono resa conto di quello che avevo detto. Dico ancora cavolate senza accorgermi. Ho capito che non l'avevamo persa, se è capace di arrivare nei nostri sogni.

Tutto qui. Le foto le ha fatte Mauro al Cervino e ad alcuni suoi fiori.